Il volto di Lady Gaga

Per cercare di comprendere la contemporaneità, sarebbe utile essere in grado di dare una definizione generale dell’età contemporanea, che consenta di distinguerla dalle epoche che l’hanno preceduta e di metterne in luce gli aspetti essenziali.

Solitamente, sulla scorta del saggio pubblicato nel 1979 da Lyotard, l’età contemporanea viene definita postmoderna. Questa definizione mette in luce un fatto cronologico ed una cesura, cioè il fatto che l’età contemporanea, che viene dopo quella moderna, è diversa da quest’ultima. Si tratta di una definizione di carattere negativo, che, in un continuo confronto con l’età moderna, mette in evidenza ciò che la contemporaneità non è.

Se l’età moderna è stata l’epoca dei grandi progetti, dei grandi ideali, delle ideologie, in una parola delle “grandi narrazioni”, l’epoca postmoderna è il tempo del “frammento”, del particolare decontestualizzato, del patchwork, della destrutturazione; se nell’epoca moderna prevaleva ciò che era monolitico e pesante, nell’età contemporanea vince la pluralità, la leggerezza, la “liquidità”, direbbe Bauman.

Queste caratterizzazioni sono certamente importanti ed illuminanti, tuttavia, a mio parere, raccontano solo un aspetto della contemporaneità e quindi, nel momento stesso in cui, da una parte, la svelano, dall’altra la celano; proprio perché ne mettono in evidenza semplicemente la componente di cesura rispetto alla modernità.

Ma, mentre da una parte sicuramente la contemporaneità si discosta dall’età moderna, dall’altra vi si riallaccia, e quindi per comprenderla nella sua pienezza bisogna indagare anche questo aspetto.

Mi vorrei rifare dunque ad un’altra definizione della contemporaneità, data dal celebre antropologo francese Marc Augé. Augé definisce la contemporaneità come “surmodernità” (surmodernité, in francese) cioè come una “super-modernità”, una sorta di modernità accelerata, che porta all’estremo alcuni caratteri dell’età moderna e che, secondo Augé, è caratterizzata dalla figura dell’eccesso.

L’età contemporanea, nella prospettiva di Augé, si distingue da quella moderna proprio in quanto ne deriva e la sviluppa, portandola, in un certo senso, a compimento. Se ne differenzia e ne prende le distanze accelerando ed estremizzando caratteri che erano già presenti nella modernità, in un processo di differenziazione quantitativo che, ad un certo punto, diventa qualitativo.

Ma se la contemporaneità è un’accelerazione della modernità (una sorta di modernità al quadrato), allora, per comprenderla, può essere utile tornare indietro nel tempo fino alla sua scaturigine, tornare cioè fino all’umanesimo, l’inizio dell’età moderna.

Leggiamo cosa scriveva nel 1486 Pico della Mirandola, in quello che viene da molti considerato come il manifesto dell’umanesimo e del rinascimento, l’Oratio de hominis dignitate: “Non ti ho dato, Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa particolare, affinché il posto, l’aspetto e le prerogative che desidererai, tu li ottenga e possieda secondo il tuo desiderio e la tua decisione. La natura limitata degli altri è costretta entro leggi da me stabilite. Tu, da nessun limite costretto, te la determinerai secondo il tuo arbitrio, al quale ti ho affidato.” Queste sono le parole che, nell’orazione di Pico, Dio rivolge ad Adamo subito dopo averlo creato.

Solitamente l’interpretazione che viene data dell’orazione di Pico è questa: secondo Pico l’uomo è il più degno fra tutte le creature di Dio, perché Dio gli ha donato il libero arbitrio. La dignità dell’uomo consiste quindi nella sua libertà.

E’ vero, ma è molto più di questo: nel brano che ho riportato sopra si dice esplicitamente che Dio ha creato l’uomo libero, non semplicemente di scegliere cosa fare, ma libero di determinare da sé la propria natura, quindi: libero di scegliere cosa essere, libero di plasmarsi nella forma che più gli aggrada.

Questa, a mio avviso, è l’essenza sia della modernità sia della contemporaneità: la ricerca della libertà, l’anelito a liberarsi da qualsiasi oppressione, da qualsiasi limite.

Questa ricerca della libertà e lotta contro il limite, impostati nel corso della modernità, sono stati esasperati nell’epoca contemporanea, ben riassunta da un vecchio slogan di una nota marca di orologi: “No limits!”, ma anche dalla scritta vergata da un writer su un muro di fronte all’ingresso della mia scuola: “Abbatti ogni confine!”

Il limite, a mio parere, è il vero problema, la questione centrale di tutta la contemporaneità. Il rapporto dell’uomo contemporaneo con il limite. Tutte le altre questioni conducono lì.

Per questo motivo Lady Gaga, che musicalmente giudico inconsistente, è diventata giustamente nota e si è imposta (per breve tempo, come è ormai inevitabile che sia) come una delle icone più famose e più osannate della cultura pop (offuscando addirittura l’immagine della sua maestra Madonna), perché Lady Gaga ha riassunto (penso in modo inconsapevole e per questo ancora più significativo) in modo mirabile questo problema del limite e la tendenza della cultura contemporanea a negare qualsiasi limite e qualsiasi determinatezza, in un videoclip dal titolo esemplare: “Poker face”.

In questo video la nostra star sfoggia diversi abiti ed acconciature, uno più improbabile ed eccessivo dell’altro, cambia continuamente forma e non mostra mai il suo volto, fino al punto da far sorgere la domanda se, alla fine, abbia un volto!

Come la natura dell’uomo evocato nel brano di Pico, il volto di Lady Gaga è indeterminato e affidato esclusivamente all’arbitrio del soggetto, che non sopporta alcun limite ed alcuna determinatezza.

Per questo motivo il volto di Lady Gaga, come la nostra natura, è condannato a cambiare continuamente, senza poter assumere una fisionomia definitiva, dal momento che qualsiasi fisionomia, pur nella sua provvisorietà, rappresenta non già l’apprezzabile manifestazione di un’essenza, ma un’odiosa limitazione da abbattere.

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