Dio non è morto, però è “transessuale” e “transgender”.

Il 23 novembre scorso, il Sinodo generale della Chiesa luterana di Svezia, dopo 8 giorni di discussione, ha preso una decisione a suo modo storica: modificare il Libro di Culto, che viene usato regolarmente nella liturgia, per renderne il linguaggio piu’ “inclusivo”, dal momento che il lessico finora utilizzato dal libro di preghiera è stato giudicato potenzialmente “discriminatorio” nei confronti delle donne.

Non si tratta, come era stato detto dai principali media internazionali nelle ore subito successive alla decisione, di eliminare i termini maschili tradizionalmente usati per riferirsi  a Dio, per sostituirli con parole tratte dal genere neutro (quindi, tanto per intenderci, non vengono soppresse parole come “Padre” o “Signore”) ma di introdurre accanto alle locuzioni tradizionali, o, quando possibile, di sostituire queste ultime, con espressioni non connotate dal punto di vista del genere sessuale (ad esempio sostituire, se non cambia il senso del testo, la parola “Lui” con un più generico “Dio”).

Niente di sconvolgente e  di rivoluzionario, dunque.

Tuttavia, questa decisione della Chiesa svedese è senz’altro un interessante segno dei tempi e,  infatti, la notizia ha fatto il giro del mondo ed è stata ampiamente commentata da teologi, uomini di cultura ed opinionisti in genere. Tra i vari interventi vorrei segnalare quello del gesuita Paolo Gamberini, professore associato della University of San Francisco, rilanciato da diverse testate giornalistiche e siti, tra cui gaynews.it, di cui riporto sotto il link ad un articolo. Ecco come si esprime Gamberini: “Dio è transessuale e transgender se veramente comprendiamo Dio. Dio è al di là di ogni genere in quanto trascendente ed ogni linguaggio che lo “congela” in un genere, maschile o femminile, è idolatrico. Trovare linguaggi liturgici che possano dire l’ineffabile senza renderlo “generico” (nel duplice senso della parola: generico e di un solo genere) è la sfida del Cristianesimo post-teista. La Chiesa di Svezia riuscirà a rendere non di genere “Dio” senza renderlo “generico” ovvero “insipido?”

La prima parte dell’intervento del gesuita mi sembra una forzatura, in parte ironica e in parte polemica, che strizza l’occhio al movimento LGBT. In quanto puro spirito ed essere assolutamente trascendente, Dio non ha alcun sesso e, quindi, assimilarlo a chi “transita” da un sesso all’altro, come un transessuale, mi sembra commettere un errore simile a quello di chi confonde l’atemporale “eternità”, con l’ “infinito”, che dura indefinitamente, ma sempre nel tempo.

Più profonda e calzante, invece,  è la questione che lo stesso Gamberini pone subito dopo, quando si chiede se il tentativo della Chiesa svedese di sganciare il linguaggio che parla di Dio da ogni riferimento al genere sessuale non corra il rischio di consegnarci un Dio “insipido”.

Parlare di Dio con un linguaggio inclusivo e non discriminatorio, a mio avviso, va bene, ma il rischio è quello di fabbricare un Dio ed una fede “politicamente corretti”, completamente assimilati alla cultura laica secolarizzata. Un Dio e una fede così non avrebbero, a mio parere, più nulla da dire e quindi non avrebbero più senso di esistere.
Alla domanda posta da Gamberini vorrei aggiungere una breve riflessione, forse banale, ma di cui, penso, si debba tener conto.
Essere cristiani significa essere seguaci di Cristo. Di Cristo ci parla il Vangelo. E, nel Vangelo, è Cristo stesso che ci ha indicato, come preghiera fondamentale, il Padre nostro.
Ora: perché Cristo non ha usato un altro termine? Solo per adeguarsi alla cultura maschilista dell’epoca? Forse che Cristo, il Figlio di Dio, non sapeva che Dio Padre non ha sesso, che non è né uomo né donna? Allora, perché non ha usato un termine più “inclusivo”? Perché non ci ha insegnato a pregare semplicemente dicendo: “Dio nostro, che sei nei cieli…”? Perché non ha detto: “Padre e Madre nostra…”?
Io sempre pregato pronunciando il Padre nostro, e ho sempre fatto il segno di croce dicendo: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (tutte parole che, in Italiano, sono al maschile), eppure ho sempre saputo benissimo che Dio non è maschio, e non mi sembra di aver discriminato le donne così facendo. Di più: nessuna delle donne cristiane che io conosco si è mai sentita discriminata dal fatto che Dio venga tradizionalmente definito come “Padre”.
Perché invece oggi, in certi ambienti, c’è tanta suscettibilità? Non è che forse lo scopo ultimo di questi discorsi, che affermano ciò che è assolutamente ovvio, cioè che Dio non è né maschio né femmina, che non ha alcun sesso, che è “indifferente” rispetto al sesso, sia quello di negare, anche per quanto riguarda gli esseri umani, che appartenere ad un sesso o ad un altro o meglio, per essere più politicamente corretti, che avere un “orientamento sessuale” piuttosto che un altro, ed eventualmente cambiare a propria scelta orientamento sessuale nel corso della propria esistenza, sia assolutamente indifferente? Ma un essere umano “indifferente” rispetto al sesso, per cui l’essere maschio o femmina o lesbica o gay o bisessuale o transessuale, sia indifferente, non sarebbe un essere umano “generico” e “insipido”?

http://gaynews.it/primo-piano/item/907-chiesa-di-svezia,-il-gesuita-gamberini-%C2%ABno-alle-fake-news-ma-dio-%C3%A8-transessuale-e-transgender-in-quanto-%C3%A8-al-di-l%C3%A0-di-ogni-genere%C2%BB.html

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