La solitudine dei supereroi.

 

Ieri sera dopocena, come faccio spesso da quando è iniziato il lockdown, ho cercato di rilassarmi guardando un film sul divano, insieme con i miei figli. Essendo ancora entrambi piccoli, nel 90% dei casi guardiamo cartoni animati.

Ieri sera la scelta è caduta su un film d’animazione che mi piace molto: “Spiderman, un nuovo universo”.

Il film, che sicuramente molti di voi avranno visto, spettacolare, coloratissimo, divertente, narra la storia di Miles Morales, un’adolescente di colore che vive a Brooklin, ammira l’uomo-ragno, ed ha difficoltà ad ambientarsi nel nuovo college privato, dove i suoi genitori hanno deciso di iscriverlo per cercare di dargli un futuro migliore del loro.

Miles, mentre sta disegnando dei graffiti (una delle sue passioni) in una zona abbandonata della metropolitana, viene morso da un ragno radioattivo e sviluppa dei poteri del tutto simili a quelli di Spiderman.

Quando, qualche giorno dopo, ritorna nello stesso luogo, scopre un laboratorio segreto, in cui il malvagio Kingpin ha costruito un acceleratore di particelle per accedere a degli universi paralleli ed entrare in relazione con versioni differenti di sua moglie e suo figlio, morti in un incidente d’auto, nonostante sappia che questo causerà la distruzione di New York e la morte di tutti i suoi abitanti.

Nel tentativo di fermare Kingpin, il “vero” Spiderman perderà la vita, ma il cattivo, ovviamente dopo mille traversie, e quando nessuno ci avrebbe più scommesso due lire (scusate, un’euro) viene sconfitto da Miles, aiutato da altre versioni dell’uomo ragno (compreso Spider-pork, un porco-ragno), ciascuna arrivata da un differente universo parallelo.

Il film, al di là della bellezza e della spettacolarità, che lo ha portato a vincere anche un premio Oscar, nel 2019, come migliore film di animazione, mi è sembrato particolarmente emblematico dei tempi che stiamo vivendo. E mi ha portato a chiedermi come mai, negli ultimi 10-20 anni, i supereroi, soprattutto al cinema, stiano vivendo una seconda giovinezza.

La risposta, a mio parere, sta nella “solitudine” dei supereroi.

Ogni supereroe è solo, unico nel suo genere a causa dei suoi superpoteri e, oltretutto, non può rivelare la sua vera identità agli altri.

Anche quando fa parte di una “squadra”, come gli Avengers o la Justice League, il supereroe è solo, perché ognuno ha superpoteri diversi dagli altri e con quelli degli altri non confrontabili, e perché, comunque, proprio in quanto riunisce dei supereroi, quella è una squadra di “individualità”, di individui unici ed irripetibili, ognuno dei quali è un “campione”, un po’ come se una squadra di calcio fosse composta solo da giocatori come Ronaldo o Messi, senza “gregari” a fare da collante, da tessuto in grado di incastonare saldamente queste perle.

I supereroi di questo film, inoltre, Miles, Spider-girl, Spider-pork, e tutti gli altri, provengono ciascuno da una diversa dimensione, come a dire: ogni universo ha il suo Spiderman, anzi, ancora meglio, ciascuno di noi è Spiderman nel proprio universo.

Ecco, questo è il vero, e secondo me disperante, significato del film: ognuno di noi è un supereroe nel suo mondo.

Perché disperante?

Perché in questo mondo di supereroi manca la società. Ognuno è un’isola, ciascuno è un individuo (unico ed irripetibile, beninteso) impegnato a lottare, da solo, contro il mondo.

In questo tempo di “distanziamento sociale” dovuto alla pandemia di coronavirus, in cui i rapporti sociali, prima messi duramente alla prova dalla frenesia del lavoro e del “fare”, si allentano a causa di un immobilismo forzato, in cui ognuno è costretto a “restare a casa” per salvare se stesso e gli altri, dando vita a quella che è stata definita “società cellulare”, questo essere “solo contro il mondo” diventa un’esperienza ancora più evidente.

Ma, paradossalmente, la pandemia ci sta mostrando proprio il contrario: che nessuno può salvarsi da solo, che il mondo è diventato effettivamente, come aveva profetizzato MacLuhan un “villaggio globale”, che la globalizzazione, non solo economico-finanziaria, ma anche dei trasporti, dei flussi migratori e, come è diventato ormai evidente, delle malattie, richiede risposte globali e complessive.

In un saggio del 2001, intitolato “Voglia di comunità”, il celebre sociologo Zygmunt Bauman affermava che l’insicurezza è il sentimento fondamentale dell’uomo contemporaneo. Perso tra la folla delle grandi città, immerso nell’anonimato delle stazioni della metropolitana, dei centri commerciali e degli altri non-luoghi metropolitani, trincerato dietro gli schermi dei dispositivi elettronici ed i vetri dell’automobile, ciascuno di noi vive come una particella in sospensione e si sente solo di fronte al mondo ed ai suoi problemi, che in ogni istante ci bombardano, sottoforma di news, dai display dei  nostri devices.

Certo, per resistere in una situazione simile, per sopravvivere, solo contro il mondo, ciascuno di noi “deve essere” un supereroe.

Ma il fatto è che i supereroi non esistono, vanno bene per sognare guardando un film, e nessuno di noi ha superpoteri.

Per risolvere problemi globali ci vogliono risposte globali, non individuali.

Solo se riscopriremo la dimensione della socialità e della solidarietà potremo risolvere i nostri problemi…e potremo smettere di “dover essere” dei supereroi.

 

2 pensieri su “La solitudine dei supereroi.

  1. Forse i supereroi vanno così tanto di moda perché rispondono al bisogno di proiettare fuori di noi un io potenziato che colmi le nostre strutturali carenze e debolezze. Nella società tradizionale era il mondo religioso ad assolvere questa funzione come Feuerbach insegna. Forse!

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    1. Sì, penso che al loro successo contribuisca anche questo aspetto. Del resto, come ha detto Nietzsche, Dio è morto, ma la nostalgia di Dio non è venuta meno, neanche nella nostra cultura ipersecolarizzata. Non abbiamo ancora imparato a vivere senza dei e quindi, dopo aver ucciso Dio, continuiamo a fabbricare idoli per cercare di colmare il vuoto provocato da questa morte. Una volta c’erano le ideologie che avevano preso questo posto. Adesso, nel vuoto ideologico e di pensiero, abbiamo “dei, diversi, che ci coinvolgono in quanto individui piuttosto che in quanto popoli o classi.

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